Protesi Monocompartimentale del Ginocchio

Protesi Monocompartimentale del Ginocchio

L’artrosi del ginocchio costituisce oggi più che mai un delicato problema sociale, colpendo individui di età sempre più giovane grazie alla diffusa e precoce attività sportiva agonistica ed ai postumi della traumatologia della strada.
Si sta infatti sviluppando una popolazione di pazienti artrosici in età giovane- adulta, che pur trattati correttamente e tempestivamente, evolvono verso un progressivo e precoce deterioramento dell’ambiente articolare. Le biotecnologie stanno costituendo un’incoraggiante risorsa nel rallentare tale processo, ma hanno delle indicazioni ben definite e delimitate, riservate a soggetti con una buona reattività biologica, generalmente entro la quinta decade di vita. Ci si trova, quindi, sempre più spesso di fronte a situazioni ormai evolute che candidano il Paziente ad una sostituzione protesica. La consapevolezza della prevalente localizzazione mediale (cioè nella porzione interna) dell’artrosi del ginocchio, ha portato gli studi al concepimento di un trattamento protesico riservato al solo compartimento patologico. Dopo i primi risultati deludenti, negli anni ’70 si è giunti alla realizzazione di una vera protesi moocompartimentale in grado di preservare sostanzialmente il funzionamento dell’articolazione. Nella sostituzione totale, invece, la rimozione di strutture meniscali, legamentose e la resezione completa delle superfici sia femorale che tibiale, sovvertono l’anatomia e la biomeccanica articolare. In tal caso, infatti, il ginocchio allo stato nativo cessa di esistere, cedendo il passo ad un dispositivo impiantato che risponde in gran parte a proprie regole di funzionamento. Nelle attuali protesi monocompartimentali di ginocchio, si riducono drasticamente le resezioni ossee, consentendo spesso una sorta di “rivestimento” della parte malata con preservazione delle rimanenti strutture meniscali e legamentose.

La necessità di realizzare il connubio tra libertà di movimento e distribuzione dei carichi, ha condotto alla progettazione di componenti a maggiore congruenza ma con assoluta libertà di movimento grazie all’utilizzo di un inserto meniscale mobile, come nella protesi monocompartimetale Oxford III. Questa è caratterizzata dalla conformazione della componente femorale a segmento di sfera che si articola a piena congruenza con l’inserto meniscale piatto inferiormente che “poggia” sulla componente tibiale (Fig.1). Si realizza così un modello di doppia congruenza round on round – flat on flat.

Analizziamo i principali motivi di critica

Per quanto concerne la potenziale instabilità dell’impianto, l’analisi delle tensioni capsulo- legamentose sul compartimento mediale del ginocchio ha evidenziato come la risultante di tali tensioni determini forze sostanzialmente ortogonali alle superfici di interfaccia femoro-tibiale. Si spiega così la minima tendenza nella flesso-estensione alla traslazione dell’area di carico, costituendo una sorta di meccanismo di autobilanciamento e centramento, all’interno del quale ad una sollecitazione articolare corrisponde una maggiore tensione di tali strutture (Fig. 2).

Ne deriva una riduzione dei rischi di complicanze post-operatorie, una riabilitazione più agevole ed una performance articolare migliore, spesso associata ad una maggiore sensazione di “naturalezza” (propriocezione) del ginocchio operato. Tuttavia, le indicazioni all’impianto monocompartimentale sono più ristrette rispetto a quelle relative alla sostituzione totale. Tale opzione, infatti, esige l’integrità dell’apparato capsulo-legamentoso (crociati e collaterali), del compartimento controlaterale, in assenza di deviazioni angolari non correggibili clinicamente e perdita di oltre 10 gradi dell’estensione. Anche le patologie infiammatorie a genesi immunitaria come l’artrite reumatoide costituiscono una controindicazione per la loro capacità di coinvolgere l’intera articolazione nel processo patologico. Maggiore tolleranza è concessa all’artrosi femoro- rotulea che se non sintomatica in assenza di sublussazione rotulea, non controindica l’intervento, come ben descritto in Letteratura. La protesizzazione del solo compartimento degenerato, però, implica la necessità di “armonizzare” l’impianto protesico col ginocchio del Paziente, realizzando un progetto nel quale “l’Articolazione” continua ad esistere. Si è posto, quindi il problema di come gestire la variabilità dei rapporti tra femore e tibia durante il movimento. Questo aspetto è stato ben affrontato dalle protesi a menisco fisso ed ottimizzato con le protesi a menisco mobile che permettendo ampie aree di contatto tra il menisco e le componenti metalliche, hanno portato a risultati sorprendenti sull’usura del polietilene di cui è costituita la componente meniscale. In presenza di un impianto correttamente posizionato, infatti, gli studi hanno dimostrato che sarebbero necessari 100 anni di utilizzo per avere un sufficiente volume di particelle da consumo tali da innescare processi di osteolisi (riassorbimento osseo) e 300 anni di utilizzo per avere una significativa deviazione angolare del ginocchio a causa della riduzione di spessore da usura del menisco. A conferma di tali dati, la letteratura Internazionale riporta tassi di sopravvivenza dell’impianto monocompartimentale a menisco mobile di oltre il 95 per cento ai 10 anni. Si può quindi concludere che la protesi monocompartimentale di ginocchio possa essere considerata un intervento risolutivo e non temporaneo nel trattamento della gonartrosi, purchè eseguita da mani esperte nel pieno rispetto delle indicazioni.

Relazione su protesi monocompartimentale ginocchio

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