Dott. Piernicola Dimopoulos

Medico Chirurgo

Specialista in Ortopedia e Traumatologia

La protesi è l’unico intervento risolutivo in caso di degenerazione avanzata dell’articolazione del ginocchio

Consiste nella sostituzione chirurgica delle superfici articolari del femore e della tibia con componenti artificiali che riproducano il più fedelmente possibile i movimenti dell’articolazione. “La chirurgia è riuscita, anche nelle situazioni più gravi, a garantire una risposta alle gravi compromissioni dovute ad artrosi, traumi, deformità, malattie – spiega Piernicola Dimopoulos, medico chirurgo, specialista in ortopedia e traumatologia – “la risposta arriva con una scelta di tipo protesico sostituendo lo ‘snodo’, ormai irrimediabilmente danneggiato, con un elemento che ripristina nel migliore dei modi la funzione articolare e dà giovamento al paziente”. La ricerca ha fatto passi da gigante anche sul fronte delle protesi biologiche, (Scaffold Biomimetici) realizzate con fibre di collagene, idrossiapatite e magnesio, sostanze che richiamano cellule staminali inducendo una loro trasformazione in cellule della cartilagine e dell’osso. Si tratta quindi di strutture tridimensionali che, immesse nell’articolazione, innescano meccanismi di riparazione della lesione cartilaginea e ossea. “La protesi biologica è particolarmente indicata per pazienti giovani che hanno subìto un danno grave alla  cartilagine e all’osso sotto la cartilagine – dice il Dottor Dimopoulos – nel caso di pazienti giovani, infatti, sarebbe meglio evitare di intervenire con una protesi tradizionale, realizzata con leghe metalliche e polietileni. Non si tratta infatti di una soluzione auspicabile perché questa è soggetta a usura e prevede una tecnica d’impianto invasiva. Con le strutture biologiche, invece, si invitano organismo e cellule staminali (cellule che tutti abbiamo in grande profusione soprattutto in giovane età) a colonizzare lo Scaffold biomimetico ed a svolgere il loro lavoro differenziandosi in cellule della linea ossea e cartilaginea con conseguente riparazione del danno. Tra l’altro, l’intervento non chiude la porta ad altri successivi, compreso il ricorso a protesi convenzionali negli anni a seguire”.

Nella chirurgia ortopedica, il trattamento delle lesioni cartilaginee e ossee o dell’artrosi del ginocchio, rappresenta una vera e propria sfida per gli specialisti: le protesi biologiche sono una soluzione all’avanguardia ma con evidenze scientifiche e risultati incoraggianti in Letteratura Internazionale. Il successo dell’intervento dipende dalla corretta valutazione di alcuni parametri, che lo specialista deve prendere in considerazione. Il Dott. Dimopoulos stila un elenco che va dall’età anagrafica del paziente (orientativamente non superiore ai 50 anni per garantire una buona reattività biologica), allo stato dell’articolazione (corretto allineamento dell’arto, stabilità articolare, estensione e tipologia della lesione). Da valutare c’è una serie di fattori, che giocano un ruolo fondamentale nel conseguimento del miglior risultato finale: “Intanto, è necessario che sia riscontrabile una vitalità dei tessuti e una ricchezza delle cellule che, nel corso della senescenza, viene meno. Importante è anche avere un’articolazione che non sia deformata in maniera significativa dal punto di vista angolare, come nel ginocchio valgo o varo. Nel caso di deformità pronunciate, infatti, la protesi biologica patirà infatti gli stessi stress  patiti in precedenza dalla cartilagine. Inoltre dobbiamo riuscire a costruire un incavo con pareti che la sostengano e le diano stabilità”. Secondo il Dottor Piernicola Dimopoulos, per accertare la longevità della protesi biologica è necessario aspettare l’esame del tempo: “Sappiamo molto del processo e su come si evolve il tessuto, ma siamo ancora nel campo dell’avanguardia. I dati, legittimati scientificamente in un lasso di tempo pari ai cinque anni, sono però estremamente positivi”. Tuttavia la pratica degli sport a maggiore impatto non dovrebbe essere ripresa prima di un anno dall’intervento. “Il buon senso impone comunque la pratica assennata degli sport d’impatto e contatto. L’invito alla prudenza non deriva da un reale impedimento o da un eventuale handicap sopravvenuto o residuo, ma dalla consapevolezza di aver affrontato una grave patologia con una soluzione all’avanguardia dopo la quale spesso l’unica alternativa è il ricorso alla “Metallurgia”. Il Dottor Dimopoulos parla di infinite variabili che non consentono uno studio omogeneo sul recupero sportivo degli atleti con protesi biologica: “Molto dipende dalla gravità delle lesioni trattate, dall’assialità dell’arto, dal peso del paziente, dallo sport praticato e dalla periodicità degli allenamenti”. Il decorso post intervento è estremamente graduale con iniziale astensione dal carico per un periodo di 45-60 giorni. In media, se il paziente ha seguito tutte le tappe del percorso di riabilitazione, il recupero avviene nel giro di sei-otto mesi.  Anche il follow up è soggettivo, ma i monitoraggi saranno in ogni caso più frequenti nei primi sei mesi successivi all’intervento, così come sarà progressiva la ripresa del pieno carico sull’articolazione. Dal punto di vista estetico, l’intervento non risulta invasivo: si tratta di un’incisione lineare di pochi centimetri attraverso la quale vengono trattate quasi tutte le lesioni, anche quelle più gravi ed estese.

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